CENTO 12/02/17 – (LA REDAZIONE) ‘La tragedia dimenticata’, l’iniziativa organizzata dall’assessorato ai Servizi bibliotecari del Comune di Cento in occasione del Giorno del Ricordo, ha riservato, venerdì 10 febbraio, momenti di straordinaria e intensa emozione nel ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati. I suggestivi spazi della Biblioteca, in Rocca, hanno accolto Umberto Giacomini, esule di Zara che ha raccontato i suoi ricordi d’infanzia legati a quel triste periodo, e la lettura di brani tratti dallo spettacolo teatrale di Simone Cristicchi ‘Magazzino 18’, rappresentato a Cento due anni fa, e da un’intervista a Egea Haffner, esule di Pola, la “bimba con la valigia”, simbolo delle foibe. A dar voce a queste pagine l’assessore Grazia Borgatti e Piero Boccaccini. «Sono momenti rispetto ai quali la prima domanda che viene posta è “Di chi è la colpa?” – ha aperto l’appuntamento l’assessore ai Servizi bibliotecari Mariacristina Barbieri -. Difficile rispondere. Concordo con quanto ha scritto il giornalista Alberto Martini in questi giorni, che “nessuno è innocente. Gli innocenti sono coloro che hanno dovuto lasciare tutto, coloro che non hanno potuto scegliere di restare, coloro ai quali è stata imposta una scelta che ha stravolto vite e famiglie”».
Particolarmente toccante la testimonianza di Giacomini (cognome obbligatoriamente italianizzato durante il ventennio, da Jakovljevic). Era un bambino quando lasciò la nativa Zara: di quegli anni conserva ricordi lontani, in cui tuttavia sono rimasti impressi avvenimenti durissimi per la loro drammaticità. «Non capivo perché doveva esserci tanta sofferenza attorno a noi». I bombardamenti, le fughe affannose nei rifugi profondi, i pianti e i lamenti dalle viscere della terra, la partenza dalla propria terra, il campo di raccolta profughi. Umberto giunse a Cento nell’aprile del 1944: «La gente del luogo ci accolse e ci aiutò moltissimo, poiché non avevamo nulla all’infuori di quella valigia verde». E nelle campagne centesi, al termine della guerra, la madre e il padre poterono riabbracciarsi dopo un’odissea di cinque anni. «Con la loro morte, nel 1995 e nel 2006, si conclude un capitolo della nostra vita, fatto sì, in passato, di paure e angosce, ma anche di fratellanza, empatia e di amore e speranza in un futuro migliore»






