CENTO (FE) 16/09/20 ( DI IRENE FINI ) PER LA RUBRICA IDENTITÀ E RISPETTO: OSSERVIAMO IL MONDO CON GLI OCCHI DELL’ARTE PER QUESTA PUNTATA LA NOSTRA IRENE FINI SI E IMMERSA NELLE BELLEZZE DI PALAZZO TE, LUOGO DI ILLUSIONI PITTORICHE!
Oggi voglio condurre la vostra mente all’interno di una fiaba, dentro ad uno scrigno in cui viene
conservato un gioiello unico nel suo genere, ospitato su un territorio che, grazie ai numerosi
letterati, artisti e personalità politiche di spicco, è divenuto sede di meraviglie italiane.
Mantova occupa la punta sud-orientale della Lombardia, adagiandosi in quel tratto della pianura
Padana che è interessata dalla confluenza del Mincio con il Po. Emerge dalla pianura come una
suggestione della nostra mente e l’impressione è maggiormente forte quando una nebbia leggera, dissolvendo i contorni, la fonde col resto della natura e la fa sembrare quasi sospesa, ai limiti del reale ed il fiabesco; e, proprio il fiume Mincio che contribuisce con il suo andamento calmo e largo, ad abbracciare la città. La posizione geografica di Mantova ed il suo aspetto ne vengono esaltati; la sua storia e la sua bellezza ne sono come protetti da uno scrigno naturale. La stessa atmosfera che accoglie il visitatore si carica di ricordi e di suggestioni; tanto che gli stessi colori risultano come impregnati dalla patina del tempo e sfumano continuamente, ricreando nuovi profili, nuove immagini, quasi a confondere e ipnotizzare colui che osserva.
Ci sarebbe tanto da dire, da descrivere e da raccontare di Mantova. Appunto per questo che vorrei focalizzarmi su un aspetto in particolare, che penso possa rendere l’idea fantastica e di meraviglia di tutto ciò che di altro è conservato e fruibile all’interno di questa città.
Tante volte mi sono recata a Mantova e sempre mi sono fermata con grande paciere a visitare
Palazzo Te. Credo che questo edificio racchiuda tanti aspetti: dalle abilità politiche e amministrative di una famiglia molto importante come quella dei Gonzaga, alle eccellenti doti intellettive di un artista che non ha avuto eguali. Ma prima di svelare il nome di questa eccentrica personalità, vorrei inquadrare brevemente l’edificio in questione. Palazzo Te fu costruito nel 1534 per volere di Federico II Gonzaga (marchese e futuro Duca), il quale desiderava una residenza più appartata per il proprio riposo e soprattutto divertimento. Si
rivelò ben presto un progetto assai particolare, soprattutto nella resa architettonica interna di alcuni ambienti. Diciamo che, al tempo queste famiglie aristocratiche tenevano molto all’estetica, poiché essa era anche simbolo del loro potere. Così, su consiglio di Baldassar Castiglione, Federico II chiamò un giovane artista, che era già presente a Mantova, di nome Giulio Romano. Egli qui fu fondamentale, poiché contribuì a rinnovare l’aspetto architettonico complessivo della città. Infatti, fu nominato prefetto delle fabbriche gonzaghesche e si occupò delle decorazioni e dell’allestimento degli apparati per le feste, come era usuale per gli artisti di corte. Ma facciamo un passo indietro per cercare di comprendere al meglio la personalità di questo artista. Probabilmente nato a Roma verso il 1499, Giulio Pippi, detto appunto Giulio Romano, poco più che fanciullo entrò nella bottega di Raffaello. Come narrò Vasari “adoprandosi” (…) in servigio di Raffaello suo maestro, ed imparando le più difficili cose dell’arte (…), non andò molto che seppe benissimo tirare in prospettiva, misurare gli edifizi, e levar piante”. Il giovane allievo, quindi, s distinse ben presto nella bottega di Raffaello, sia per la sua forte personalità sia per il suo talento versatile. Ed è proprio l’impresa per la realizzazione di Palazzo Te, che evidenziò al massimo la sua maestria. Affinché i lavori procedessero in fretta, come richiesto dal marchese, Giulio Romano si servì di una schiera di collaboratori che non sempre garantirono lo stesso livello di qualità nei lavori eseguiti. Tuttavia, rimane comunque sua l’ideazione complessiva, come testimonia una serie di disegni preparatori in cui risultano predisposti anche i minimi dettagli. Rimarcando la sua forte personalità, Giulio Romano era anche un po’ un precisino quindi. Ma è proprio grazie alla sua devozione al dettaglio e alla sua tenacia artistica, che oggi noi possiamo ammirare e godere di un dei più bei capolavori dell’arte rinascimentale. La Sala dei Giganti rappresenta tutta l’intelligenza e la capacità di questo artista; capacità che si spinge al di là di ciò che l’occhio può vedere, può immaginare. Questa sala presenta una decorazione che annulla i limiti architettonici dell’ambiente e si svolge ininterrotta con sorprendete effetti scenografici. I grandiosi affreschi vogliono celebrare la vittoria dell’imperatore Carlo V attraverso una metafora presa da un episodio del mondo classico: viene rappresentata la caduta dei Giganti dell’Olimpo dopo che essi, ribellatisi al loro re, vennero da lui fulminati. Queste scene presentano un aspetto apocalittico, le figure sono grandiose ed incombenti sulla stanza. L’osservatore viene coinvolto in prima persona dalla caduta delle pietre, delle colonne e dei giganti. Così il “capricciosissimo ed ingegnoso Giulio”, come lo definì Vasari, è riuscito a creare con astuzie prospettiche e artefici di maniera una sensazione di instabilità spaziale che coinvolge lo spettatore con stupefacente potere illusionistico. Tutta la narrazione viene carica da un’ulteriore suggestione, quella del pavimento, il quale, progettato attraverso una resa prospettica incredibile, assume le caratteristiche di un vortice, una spirale in cui l’osservatore, ipnotizzato dalla storia dipinta sulle pareti e sul soffitto della Sala, viene inghiottito.
La Sala dei Giganti, quindi, incamera una visione quasi contemporanea, con effetti speciali assai
innovativi per quel tempo. E ciò sta a dimostrare nuovamente quanto gli artisti siano sempre stati un passo avanti nel tempo.








