CENTO (FE) 23/05/21 ( DI IRENE FINI ) ” IL PUNTO DI VISTA DI IRENE” CI PORTA NEL MUSEO DELL’OVVIO E DEL QUOTIDIANO: VEDIAMO INSIEME !
Oggi vorrei raccontarvi la storia di un uomo umile, ma a tratti misterioso; un collezionista che ha istituito un
luogo stravagante, ricco di oggetti ma anche di voci. Vorrei raccontarvi della Fondazione Museo Ettore
Guatelli, che si trova ad Ozzano Taro Collecchio, in provincia di Parma, e invitarvi ad andarlo a visitare
personalmente.
Ma chi era Ettore? Ettore, figlio di mezzadri (nato nel 1921 e morto nel 2000), fin da piccolo mostra una
condizione di salute fisica precaria. Ciò creò qualche problema non solo nell’aiuto in famiglia per la gestione
delle campagne, ma anche nella sua formazione scolastica. Tuttavia, questa sua condizione non gli impedì di
essere forte e di studiare.
Per Ettore determinante fu la conoscenza di Attilio Bertolucci, grande poeta ed intellettuale del parmense.
Tra i due immediatamente si instaurò un’intensa collaborazione: Ettore batteva a macchina i testi che
Bertolucci gli dettava e in cambio il poeta lo preparava all’esame di licenza magistrale, grazie alla quale
Guatelli potè intraprendere la carriera di maestro elementare.
In seguito, Ettore iniziò a frequentare con curiosità i raccoglitori dell’Appennino, enormi magazzini in cui
venivano ammassati oggetti di qualsiasi genere e tipologia, per poi essere distrutti. La curiosità però ben
presto si trasformò in impulso di raccogliere ed accumulare nella sua casa d’infanzia “cose” provenienti da
dimore contadine e dai laboratori degli artigiani. Arriverà a raccoglierne più di 60.000. A metà degli anni ’70,
la sua raccolta iniziò ad attrarre la curiosità degli abitanti della zona, enti pubblici e studiosi.
Ettore Guatelli era affascinato dagli oggetti di uso quotidiano, quelli che lui chiamava “oggetti umili” e la sua
volontà era quella di prelevarli da questi enormi magazzini per salvarli dalla loro distruzione. In realtà, il
gesto possiede caratteristiche psicologiche molto più profonde: sembra quasi che salvando questi oggetti, lui
salvi se stesso.
“Tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle, più difficile è crearne uno bello con le cose umili come
le mie” ecco come Ettore definiva la sua collezione. Le cose qui diventano oggetti in quanto investite di
significato. Nella casa dell’accumulo gli oggetti seguono logiche interne che rispondono e corrispondono alla
mappa mentale del loro collezionista.
È sicuramente un linguaggio del collezionismo particolare, ma anche suggestivo. Nonostante nel 2003, la
raccolta di Ettore Guatelli sia stata istituita come Fondazione e Museo, l’esposizione degli oggetti non ha
subito modifiche o cambiamenti a seguito della morte del suo collezionista.
Sostanzialmente, Ettore collezionava ed accumulava per interagire con il mondo e il suo criterio di scelta
aveva sempre il medesimo punto di partenza, ovvero: narrare storie di oggetti umili che appartenevano a
persone. Tutto ciò poi veniva catalogato in un archivio e ad ogni scheda veniva allegato un breve racconto
del suo precedente proprietario. Nella Ettore’s Wunderkammer gli oggetti diventano voci e al tempo stesso
sono al centro di una serie di relazioni.
Parafrasando il pensiero di Marc Augè, questa collezione che descrive e costruisce continuamente lo spazio,
per alcuni potrebbe essere un “non luogo”; per alcuni invece un’esperienza fuori dal comune; per altri ancora
un’occasione di entrare in intimo contatto con la psicologia di un collezionista stravagante, accumulatore
compulsivo, ma visionario.
La Fondazione è riuscita attraverso un efficace operazione di mediazione culturale e museale a non alterare
l’anima e la volontà di Ettore. Ad esempio, l’ex rimessa è stata abita a spazio di accoglienza e di incontro.
Anche il laboratorio didattico persegue l’intento educativo di Ettore come maestro elementare: è uno spazio,
un luogo di riflessione ed elaborazione sui temi dell’educazione al patrimonio, partendo dalle intuizioni e
dalla pratica della “didattica delle cose”.
Gli oggetti nella casa museo di Ettore Guatelli ritrovano una loro identità e libertà. Essi, carichi di un’aura,
vengono investiti di sentimenti ed emozioni da colui che li osserva. L’anima del loro collezionista è presente
in ogni stanza della vecchia cascina, sempre pronta a dialogare e ad instaurare un rapporto empatico con i
suoi visitatori.







