CENTO (FE) 15/09/21 ( UFFICIO STAMPA) DALLA REDAZIONE LA RUBRICA ARTE E CULTURA, OGGI SI PARLA DI GUIDO RENI E DEL SUO GENIO … UNA PITTURA DI MEDITAZIONE: ATALANTA E IPPOMENE DI GUIDO RENI !
Il filone della pittura classicista inaugurato dall’Accademia degli Incamminati e portato avanti con
forza da Annibale Carracci, ebbe molta fortuna in Italia durante il XVII secolo. È proprio infatti
all’interno della cerchia carraccesca che, dopo un breve periodo di apprendistato presso la bottega
del fiammingo Denys Calvaert, si formò la straordinaria personalità di Guido Reni (1575-1642).
A Roma circa all’inizio del 1600, il golgota bolognese Reni affiancò i Carracci nei grandi cantieri
pittorici e, dopo un breve periodo di ordinazioni anche in proprio, il giovane artista decise di
ritornare a Bologna. Bologna per Reni significò un assoluto successo, divenendovi, a seguito della
morte di Ludovico Carracci (1619), l’artista più rappresentativo. Immediatamente Guido Reni si
impose nel panorama emiliano del seicento, non solo per l’innata capacità di costruire ed
interpretare i temi religiosi, ma anche per il profondo sentimento attraverso cui riusciva a riproporre
gli ideali classici, modificando il suo stile per adattarlo al soggetto proposto.
L’equilibrio delle composizione e la ricercatezza degli atteggiamenti emergono con forza e
decisione nella sua più grande e straordinaria “Atalanta e Ippomene” (olio su tela, 2,06 x 2,97 m)
del 1620; una versione conservata presso il Museo del Prado di Madrid e l’altra a Capodimonte,
Napoli. L’opera di Reni illustra un tema molto caro alle Metamorfosi di Ovidio: secondo un’antica
leggenda greca, Atalanta, figlia del re di Beozia, bellissima cacciatrice ed imbattibile nella corsa,
sfidò i suoi numerosi pretendenti, dichiarando che avrebbe sposato solo colui che avesse saputo
vincerla in una gara; ci riuscì Ippomene che, su suggerimento della Dea Venere, lasciò cadere tre
mele d’oro durante la gara, raccolte dalla fanciulla che non seppe resistere alla tentazione. Ecco che
qui, Guido Reni racchiuse in pittura il momento cruciale della competizione; un inseguimento che
ha però qualcosa di misterioso e che porta lo spettatore in maniera quasi assillante alla ricerca di
una spiegazione. Questa ricerca si ritrova nella definizione acuta ed attenta di “pittura di
meditazione” data da Marc Fumaroli (1932-2020), storico della letteratura e dell’arte, nonché
membro dell’Académie française. I corpi nudi dei due giovani, costruiti con grande abilità nel disegno e nella resa del chiaroscuro, si intrecciano secondo uno schema a X. La loro è una bellezza ideale, mentre i gesti obbediscono a ritmi eleganti. Nonostante il momento raffigurato sia quello della corsa, il moto non è dato dai due giovani, che appaiono invece quasi come bloccati, ma dalle ampie volute dei panneggi. Guido Reni,
cancellando completamente la scenografia suggerita dal racconto di Ovidio, qui non ha fatto ricorso
a nessuno degli artifici prospettici o ad altri elementi: tutto è costruito secondo un’unità di tempo
ridotta ad un’istante, di luogo, quasi indefinito, e di azione che privano in maniera assoluta allo
sguardo ogni singola possibilità di distrazione. L’occhio, quindi, sonda uno spazio immerso nel
vuoto in cui si stagliano le straordinarie e composte figure “accademiche” di Atalanta e Ippomene.
Se da un lato la giovane cacciatrice, vuole a tutti i costi superare l’avversario, dall’altro il suo corpo
si abbandona ad una splendida torsione per recuperare le tre mele d’oro, che quasi sembrano un
rimando alla mela di Adamo ed Eva. Come rimarca Fumaroli, nella sua puntuale analisi dell’opera
proposta nel “La Scuola del Silenzio”:“Non vi potrebbe essere antitesi già netta rispetto ai
molteplici gesti di separazione presenti nel dipinto di Guido Reni: gesto di rifiuto di Ippomene,
gesto in senso contrario di Atalanta, che si getta sulle mele d’amore e di morte”. Da abile ed infinitamente delicato colorista, Guido Reni nell’opera del Prado sottolineò la sua scelta artistica volta a modelli classici e armonici, confermando così il valore di una scuola bolognese che
non uniformava i talenti, ma ne permetteva un autonomo sviluppo sulla base di presupposti comuni.






