CENTO (FE) 26/11/20 – ( DI IRENE FINI) IL PUNTO DI VISTA DI IRENE TRAENDO SPUNTO DA TOMASO MONTANARI SI FA ALCUNE DOMANDE TRA CUI : “A COSA SERVE MICHELANGELO” LEGGIAMO IL PERCHE’ DI QUESTA DOMANDA!
Il mio punto di vista oggi parte da questa domanda provocatoria formulata e utilizzata come titolo
del suo libro da Tomaso Montanari, importante critico (e non solo) d’arte dei nostri giorni.
Credo che questo quesito risulti lampante e soprattutto calzante per il periodo che stiamo vivendo.
Essendo i musei chiusi, l’altra sera ho partecipato con immenso piacere ad un tour virtuale
all’interno delle sale degli Uffizi di Firenze e, durante la visita guidata, mi sono sorte alcune
domande assai vicine a quella di Montanari: a che cosa serve Leonardo da Vinci? A che cosa serve
l’arte? Senza ombra di dubbio e di discussione, è fondamentale ringraziare tutti coloro che, lavorando
all’interno del mondo della cultura, si adoperano costantemente in questi mesi a tenere alta
l’attenzione nei riguardi del nostro patrimonio storico-artistico. Tenacemente gli addetti ai lavori
cercano di trovare soluzioni alternative e innovative per invogliare e rendere fruibile ad un pubblico
sempre più vasto il patrimonio culturale contenuto all’interno di mostre, gallerie e musei.
Citando Montanari “il culto dell’arte del passato non è mai stato tanto diffuso quanto oggi (…) La
storia dell’arte è ormai universalmente associata al disimpegno e al divertimento.” È anche vero
che a volte si assiste ad una mercificazione dell’arte. Nella tradizione italiana, infatti, l’arte non è
mai stato un fatto “privato” o un’evasione (in senso negativo) dalla nostra quotidianità; ma anzi,
essa ha invece strutturato e rappresentato il pensiero e l’identità civile del nostro Paese. È anche
innegabile il fatto che la storia dell’arte stia attraversando da troppo tempo una fase di estrema
debolezza, a prescindere dalla pandemia Covid: appare come debole e non più sicura dei suoi
valori; quasi come se non trovasse più le parole per rivolgersi alla società. Se pensassimo anche alle
continue mostre temporanee “experience”, come quella di Dalì o Van Gogh ad esempio: certo,
senza dubbio la qualità virtuale è innegabilmente fantastica per immergersi in una “Notte stellata”,
ma poi? Cosa lascia al visitatore questa esperienza in cui le opere vengono viste come se fossimo
alla televisione? Le mostre dovrebbero avvicinare al patrimonio artistico e alla cultura il grande
pubblico, non renderlo superficiale. Non si deve far evadere il visitatore e quindi “usare” l’opera
d’arte come elemento di mera distrazione. Le mostre che siano temporanee o meno, le collezioni
museali e tanto altro ancora dovrebbero sviluppare il senso critico e il pensiero, non assopirlo e
allontanare così il visitatore. Spero vivamente che questo periodo difficile che tutti noi stiamo affrontando, serva a farci riflettere su tutti questi aspetti che riguardano il mondo della cultura. Cercare di cancellare definitivamente l’idea che le città d’arte siano il Disneyland di turno; evitare che si creino circostanze in cui il
mondo dell’arte sia appannaggio di pochi. Perché non è così e non deve essere così. L’arte è per
tutti e non solo per gli intenditori o gli appassionati. Ed è su questo punto che si dovrebbe lavorare
maggiormente: l’offerta culturale dovrebbe lanciare al visitatore un godimento, ma anche una
riflessione strettamente personale. È lui il protagonista del suo pensiero critico.
Vorrei lasciarvi e chiudere questo appuntamento di oggi con un’ulteriore citazione di Montanari:
“Un pubblico di cittadini, non di spettatori, di clienti o di fedeli: un pubblico che ha vitale bisogno
di crescere e di riscoprire civiltà assai più di quanto non abbia bisogno di essere intrattenuto. Che
ha bisogno di conoscere Michelangelo, non di divertissi con un Michelangelo portatile.”






